Affitti brevi, Aigab replica agli attacchi di Federalberghi

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Si riaccende lo scontro tra affitti brevi e alberghi. L’Aigab, Associazione Italiana Gestori Affitti Brevi, ha diffuso un fact-checking punto per punto sul report di Federalberghi intitolato “Le bugie della shadow economy a confronto con i dati reali”.

Inoltre, l’associazione chiede al ministro del Turismo Gianmarco Mazzi di intervenire a tutela dei lavoratori del comparto, che “ogni giorno creano valore e ricchezza sui territori”. Per Aigab, l’Italia ha bisogno di un settore ricettivo “serio, affidabile e concentrato sull’accoglienza”, non di attacchi a segmenti che si rivolgono a una clientela diversa.

“Hotel e affitti brevi non sono lo stesso mercato”

Aigab respinge lo slogan “stesso mercato, stesse regole”. Secondo l’associazione, chi sceglie un appartamento è spesso una famiglia del ceto medio, italiana o straniera, che non prenoterebbe un hotel 4 o 5 stelle. I motivi sono:

  • i costi: una famiglia di quattro persone deve di norma prenotare due camere, a volte su piani diversi;
  • gli spazi e la privacy, con ambienti distinti per pranzo, riposo e lavoro;
  • la possibilità di cucinare e di viaggiare con animali domestici.

Aigab ricorda inoltre che gli affitti brevi non possono offrire i servizi alberghieri.

Proprietari singoli o grandi operatori?

Federalberghi sostiene che due annunci su tre facciano capo a chi gestisce più appartamenti. Aigab ribatte che circa il 96% delle case online appartiene a proprietari singoli. Parla di oltre 700mila famiglie italiane, circa 2,8 milioni di persone, per cui l’affitto breve è spesso la principale fonte di sostentamento o il modo per mantenere il patrimonio immobiliare.

I property manager, spiega l’associazione, gestiscono gli annunci per conto dei proprietari e si occupano degli adempimenti burocratici e fiscali. Anche il caso dei 15mila alloggi citato da Federalberghi sarebbe riconducibile a un’OTA tedesca (Holidoo) che intesta a sé i profili, mentre la proprietà resta alle famiglie. Per questo Aigab definisce “non veritiero” il titolo “Business per pochi”.

Dove si concentra l’offerta

Contro l’idea di un’offerta concentrata nelle grandi città, Aigab cita 510mila annunci in tutta Italia, di cui solo 75mila nei 20 capoluoghi di regione. Secondo l’associazione, l’affitto breve è molto diffuso nei piccoli centri, dove a volte è l’unica forma di alloggio per i turisti.

Crescita dei CIN e case sfitte

Quanto alla crescita dei CIN (Codice Identificativo Nazionale) a Roma, Milano, Firenze, Napoli e Venezia, Aigab la legge come un fatto positivo legato alle eredità. Citando l’Agenzia delle Entrate, parla di una media di 395mila immobili ereditati ogni anno dal 2021 al 2025. A fronte di circa 400mila case ereditate, l’aumento di 38mila CIN indicherebbe che il 90% resta sfitto. Chi eredita, spiega l’associazione, teme di non rientrare in possesso dell’immobile con un affitto lungo e lo lascia vuoto.

Sul dato di Federalberghi relativo agli alloggi disponibili oltre sei mesi, Aigab lo definisce errato. Secondo le rilevazioni, a partire da Inside Airbnb, solo il 30% circa delle case è promosso stabilmente online. Le altre sarebbero occasionali o stagionali.

Sicurezza e CIN: “Le regole ci sono già”

Sul fronte sicurezza, Aigab ricorda che gli affitti brevi sono già soggetti ai protocolli nazionali, tra cui estintore e rilevatori di monossido, oltre al CIN. I property manager professionali, sostiene, si sono adeguati subito. Il numero di CIN, aggiunge, ormai corrisponde agli annunci online. In alcune città, come Firenze, i CIN sarebbero addirittura più degli alloggi sul mercato, perché molti proprietari li hanno richiesti per tutelarsi di fronte alle ipotesi di divieti.

“Shadow economy”: i controlli

Respinta anche l’etichetta di “economia d’ombra”. Per Aigab è difficile fare sommerso, perché per comparire sulle OTA serve il CIN, le banche dati sono integrate e l’Agenzia delle Entrate controlla anche i conti correnti dei proprietari. “Le regole ci sono, non ne servono altre”, sottolinea l’associazione.

Fiscalità: IVA, cedolare secca, IMU e TARI

Sul tema fiscale Aigab contesta la richiesta di una tassazione più equa per gli albergatori. I property manager fatturano le commissioni con IVA al 22%, contro il 10% degli hotel, e sono soggetti all’IRES al 24% sul risultato netto di gestione, senza poter erogare servizi. I proprietari pagano la cedolare secca al 21% sull’importo lordo della prenotazione, con costi indeducibili. Per l’associazione, la fiscalità è quindi più vantaggiosa per gli hotel.

Aigab aggiunge che nel 2025 la cedolare secca ha portato circa 2,2 miliardi dagli affitti brevi, su un totale di 4,7 miliardi. In molti comuni, come Milano, l’imposta di soggiorno per le locazioni turistiche è equiparata a quella di un 4 stelle (9,5 euro a persona al giorno).

Sull’IMU, Aigab replica che le seconde case la pagano già tutto l’anno. Sulla TARI giudica “singolare” che un imprenditore chieda aumenti di tasse per altri, notando che una casa produce gli stessi rifiuti, anzi meno se affittata a turisti che mangiano fuori.

No al cambio di destinazione d’uso e alle restrizioni

Aigab critica infine le misure restrittive che Federalberghi ha apprezzato, come la legge dell’Emilia-Romagna sul cambio di destinazione d’uso in “locazione turistica” per soggiorni sotto i 30 giorni, e il regolamento UE sugli affitti brevi. Secondo l’associazione, queste norme ingessano il mercato immobiliare, riducono il valore del patrimonio e impoveriscono le famiglie con una seconda casa, senza aumentare l’offerta di case per i residenti. “Nessun vantaggio per chi ha bisogno di casa, una perdita per i proprietari, un beneficio per gli albergatori”, conclude l’associazione.

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