GenZ, come lavorare nel turismo tra panico e competenze
30 Ottobre 2026, 12:40
Tra salari, fragilità e digitale, a Rimini, si è discusso anche di come la GenZ stia rivoluzionando il lavoro nel turismo. Una tematica di stretta attualità e che presenta non poche difficoltà nella gestione delle risorse umane in azienda, ma che, al contempo, rappresenta una sfida decisiva da affrontare per il futuro del settore.
A partire dalla ricerca condotta da Federalberghi con l’istituto Tecnè, dal titolo “I giovani e il futuro”, il seminario che si è svolto a TTG aveva l’obiettivo di comprendere come i giovani stiano ridefinendo il loro rapporto con il futuro. L’intento non era solo quello di descrivere una condizione, ma di leggere i processi che la stanno producendo e le conseguenze che potranno avere nel tempo e i riflessi anche sul settore, soprattutto in riferimento al mercato del lavoro, dove il rapporto tra Generazione Z e lavoro appare profondamente rinnovato.
Ai lavori hanno partecipato Fabio Raimondo, presidente nazionale dei giovani albergatori di Federalberghi; Francesca Andronico, psicologa del lavoro e coordinatrice del gruppo di lavoro “psicologia del turismo”; Ilaria Bigliazzi, esperta HR e autrice del libro “Work in travel”. A presentare i risultati della ricerca realizzata da Tecnè per conto di Federalberghi il ricercatore e sociologo Carlo Buttaroni.
“Come nuova generazione di albergatori – ha dichiarato Raimondo – siamo in prima linea nelle aziende per creare un ponte tra i nostri genitori e la generazione successiva alla nostra, appunto la GenZ”.
Un dato mette d’accordo tutti i relatori: se il tema salariale è certamente un aspetto importante, altrettanto, per la GenZ, è la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, essendo i giovani consapevoli che “competenze e conoscenza” siano indispensabili per accedere al lavoro e avere una maggiore “stabilità”. Ma gli aspetti relazionali sul lavoro sono un nodo da sciogliere. Ilaria Bigliazzi parla di “fragilità” delle nuove generazioni; di “attacchi di panico” sofferti dai più giovani in situazioni complesse dove, al contrario, serve prontezza e capacità di problem solving; per non tacere di “scelte” che mai nessuna generazione aveva messo prima in discussione, come avere la patente di guida, cosa che sembra non interessare alla GenZ.
Rispetto a queste criticità, Francesca Andronico ha raccontato come sempre più spesso le aziende avvertano l’esigenza di dotarsi di una figura professionale come quella dello psicologo, proprio allo scopo di governare gli aspetti più problematici di un team, evidenziando come si sia di fronte a una generazione di “esseri sociali via web”, rispetto ai quali occorre sviluppare una “tolleranza alla frustrazione” che accompagna i giovani.
Allora quali sono gli strumenti utili di cui dotarsi? I relatori ne suggeriscono tanti: programmare riunioni periodiche di allineamento; poter contare su di un manager dell’inclusione; cambiare modelli formativi; effettuare on boarding strutturati; incentivare il reverse mentoring, dove la Generazione Z apprende dalla precedente, ma anche fornisce nuove competenze (pensiamo a quelle digitali). Sicuramente potrà essere utile evitare un approccio conflittuale e, piuttosto, puntare su dialogo, trasparenza ma anche “prevenzione e anticipazione” dei bisogni, come suggerisce Ilaria Bigliazzi.