Terremoto in Myanmar: a rischio migliaia di templi
lunedì, 31 Marzo 2025
Per ora concentrate sulle perdite umane, le notizie che emergono dal Myanmar del dopo-terremoto sono ancora frammentarie e sporadiche per quanto riguarda i danni all’ingente patrimonio storico e culturale del Paese, ricco, fra le altre cose, di antichi e meravigliosi templi e pagode, monasteri e statue del Buddha che testimoniano tanto del prestigio di antichi regni e imperi, quanto della millenaria devozione di monaci e pellegrini buddisti.
L’ex Birmania annovera anche due siti patrimonio dell’Umanità Unesco: i templi di Bagan, a circa 150 chilometri a sud-ovest dell’epicentro di Sagaing, e le antiche città del regno di Pyu, sempre nella grande piana centrale del fiume Irrawaddy attraversata in direzione nord-sud dalla faglia sismica di Sagaing.
L’antica città di Bagan, protetta dall’Unesco nel 2019, sorge sulle rive del grande fiume e ha una grande concentrazione di templi e pagode, costruiti per lo più in mattoni, alcuni con guglie e ‘stupa’ alte decine di metri, che creano anche un celebratissimo colpo d’occhio dalla mongolfiera nella nebbiolina del mattino. Molti dei suoi monumenti erano già stati danneggiati dal terremoto del 2016. E anche se i monumenti antichi vengono spesso restaurati o riverniciati secondo criteri estetici moderni in quanto ancora oggetto di devozione viva, “Bagan – scrive l’Unesco sul suo sito – è un paesaggio sacro, caratterizzato da una gamma eccezionale di arte e architettura buddista”, che è “testimonianza spettacolare del culmine della civiltà di Bagan (XI-XIII secolo), quando il sito era la capitale di un impero regionale buddista”.
I siti di Pyu, protetti dal 2014, includono i resti di tre città in mattoni, murate e circondate da fossati: Halin, Beikthano e Sri Ksetra, situate in vasti paesaggi irrigati dal bacino del fiume Irrawaddy. I regni Pyu, scrive l’Unesco, prosperarono per oltre mille anni tra il 200 a.C. e il 900 d.C. Le tre città sono siti archeologici parzialmente scavati e comprendono cittadelle, necropoli, officine e monumentali stupa buddiste in mattoni, porzioni di mura di fortificazione e impianti d’irrigazione, alcuni dei quali ancora in uso. Più a sud, vicino al pittoresco lago Inle, dove i pescatori vivono ancora oggi su palafitte, una miriade di piccole stupa scolpite che emergono a centinaia, più o meno in rovina, dalla vegetazione lungo una collina, formano un altro celebre colpo d’occhio.
Ma anche Mandalay, l’antica capitale pre-coloniale, a una ventina di chilometri dall’epicentro, possiede un ricchissimo patrimonio di templi e monasteri antichi. Come la grande pagoda settecentesca incompiuta di Mingun o il tempio Mahamuni, che contiene una veneratissima statua del Buddha, considerata la più antica del Paese. O il grande Buddha reclinato Bodhi Tataung o l’iconico ottocentesco ponte pedonale in teak di U Bein, di oltre un chilometro, che attraversa il lago Taungthaman.
Ma la lunghissima lista di meraviglie sulle quali c’è poco di buono da sperare, comprende la famosa Pagoda d’oro (Shwedagon) a Yangon, i templi di Bago (o Pegu) nel sud, l’iconica e venerata roccia in bilico d’oro, sempre nel sud, le varie grotte sacre strapiene di statue di Buddha o le file di goglie, uniche nel loro stile di Mrauk U, nella remota e travagliata provincia occidentale di Rakhine – quella dei Rohingya -, chiusa al turismo.