L’Erasmus festeggia i suoi primi 30 anni

L’Erasmus, il progetto di mobilità studentesca dell’Unione Europea, il prossimo 15 giugno festeggerà 30 anni di attività. Il nome è quello del grande filosofo di Rotterdam, ma anche l’acronimo di European Region Action Scheme for the Mobility of University Students. I numeri del successo parlano chiaro con tre milioni e mezzo di studenti e 120mila insegnanti che in tre decenni hanno trascorso un periodo (da nove mesi a due anni, nelle ultime stagioni) a studiare nell’università di un altro Paese e, quindi, a vivere in una città straniera. E’ stato Domenico Lenarduzzi, 81 anni, torinese emigrato con il padre minatore in Belgio, a scegliere il nome del progetto e a lavorare, dalla direzione degli Affari sociali di Bruxelles, alla concretizzazione dell’idea, in embrione già dagli anni ’60 e scaturita dalla mente Sofia Corradi, romana adesso 82enne e fino al 2004 docente di Educazione permanente all’Università di Roma Tre.

Spiega la docente: “L’Erasmus prima ancora che per un’intuizione, è nato per un moto di indignazione per come ero stata trattata dall’Università di Roma, la futura Sapienza. Era il 1959, frequentavo l’ultimo anno di Giurisprudenza e fin lì erano stati tutti trenta e lode. Con tre esami su ventuno da dare, vinsi una borsa di studio, la Fulbright, e andai a New York alla Columbia University. Parlavo inglese e riuscii a prendere un master in Diritto comparato: gli americani mi ritenevano post-laureata, non solo laureata. Quando tornai a Roma trovai naturale chiedere il riconoscimento di quella specializzazione. Allo sportello della segreteria studenti l’impiegato cadde dalle nuvole: ‘Columbia University? Mai sentita nominare’. E quando arrivò il direttore mi riempì di insulti: ‘crede che regaliamo una laurea a chi si va a fare una scampagnata negli Stati Uniti? Torni a studiare e veda di essere promossa’. Compresi quel giorno che l’equiparazione dei titoli universitari nel mondo, o perlomeno in Europa, era una cosa da fare”.

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