martedì, 25 Giugno 2024

Anche le coste italiane a rischio Tsunami

Il Prof. Ortolani lancia l’allarme e denuncia la mancanza di interventi preventivi

Anche le coste italiane sono a rischio tsunami, pur se in misura diversa da quanto avviene sulle coste oceaniche. Lo sostiene il professor Franco Ortolani,
docente di geologia all’universita’ di Napoli Federico II citando uno studio condotto due anni fa. L’esperto denuncia che ”le aree costiere italiane a rischio da tsunami, individuate con lo studio, non sono tutelate da interventi strutturali preventivi ne’ da attive misure di monitoraggio, di didattica e protezione civile”. ”Il rischio da tsunami – ha aggiunto Ortolani – non e’ nemmeno valutato nei piani stralcio per la difesa dal rischio idrogeologico. Il
tragico evento del 26 dicembre deve servire di sprone per recuperare il tempo perso e attivare idonei interventi di prevenzione al fine di predisporre le aree costiere e la popolazione a rischio da tsunami ad affrontare il rischio ambientale”.
Il geologo ha ricordato lo studio, avviato dopo i fenomeni sismici del 30 dicembre 2002 che interessarono Stromboli, le isole vicine e la costa compresa tra Milazzo (Sicilia) e Marina di Camerota (Campania), che ha evidenziato come negli ultimi 1000 anni vi siano stati 71 movimenti anomali del mare che hanno
interessato le coste italiane. I risultati della ricerca, in collaborazione con Silvana Pagliuca del CNR e Leonello Srva dell’APAT, sono stati presentati recentemente al Congresso Internazionale di Geologia svoltosi ad agosto a Firenze. ”Gli eventi, elencati nel catalogo dei maremoti italiani riportato sul sito dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, sono stati analizzati – ha spiegato Ortolani – per individuarne le cause, ricostruire le aree interessate dai vari movimenti anomali del mare al fine di delimitare le zone
costiere a rischio da tsunami e analizzare le disposizioni attuali per prevenire i danni”. Secondo quanto emerso dallo studio, gli eventi si sono verificati con una media di uno ogni 12,5 anni; 18 sono avvenuti durante il periodo balneare. Le aree interessate sono la Liguria (14 eventi); Stretto di Messina-Sicilia Orientale-Calabria meridionale tirrenica-Isole Eolie (23); Adriatico (10); Golfo di Napoli (10); Toscana (3); Sicilia settentrionale (2); Sicilia meridionale (2); Calabria settentrionale ionica (1); Lazio (1). La massima altezza che l’acqua marina ha raggiunto invadendo l’area emersa (Runup) e’ stata valutata tra 6 e 15 metri. L’interpretazione dei dati sismici e morfostrutturali ha
consentito di individuare le cause dei maremoti italiani: eventi simici che interessano in parte l’area costiera emersa e sommersa (Calabria, Sicilia orientale, Gargano, Ancona); grandi e rapide frane sottomarine innescate prevalentemente da terremoti ed eruzioni; grandi frane costiere subaeree; accumulo generato dall’uomo di terreno di riporto sul ciglio della
scarpata continentale. Il maggior numero di eventi – ha sottolineato Ortolani – e’ stato provocato da grandi e rapide frane sottomarine innescate prevalentemente da terremoti avvenuti anche in aree distanti dalla costa. I fenomeni piu’ gravi si sono verificati nel Tirreno Meridionale-Stretto di Messina-Sicilia Orientale. ”E’ evidente – ha aggiunto il geologo – che l’attuale spinta urbanizzazione e frequentazione estiva delle aree costiere
renderebbe notevolmente piu’ grave l’impatto di eventi simili a quelli storici”.

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