Speakers’ corner: coraggio e follia

In viaggio con mia figlia a Londra

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il flash di un diario di viaggio che potrebbe essere comune al primo viaggio da sole mamma e figlia.
“Vado a Londra solo con mia figlia”.
 “Bello” hanno esclamato gli entusiasti.
 
“Coraggiosa” hanno commentato gli estimatori dissidenti.
 
Silenzio è stata la reazione dell’altra fetta di dissidenti che mi ritengono una folle e che più in generale non nutrono particolare stima nei miei riguardi.
 
Cosa ci sia di “coraggioso” o “folle” nel viaggiare da sola con una dodicenne me lo sono chiesta per buona parte della permanenza sul territorio londinese. La risposta forse l’ho trovata solo adesso, che scrivo per sfuggire all’imperdibile opportunità di vincere un milione di euro al gratta e vinci Ryanair, e ha molto a che fare con quell’accessorio che anni di matriarcato e catechesi ci hanno insegnato a mettere sempre in borsa insieme a fazzoletti e assorbenti: il “senso di colpa”.
 
E ne abbiamo in tutte le fragranze e per tutte le occasioni, nello specifico avevo a mia disposizione: senso di colpa per non condividere l’amore di una città con l’uomo che amo, senso di colpa per avere un sogno che non include l’uomo di cui sopra, senso di colpa perchè ci voglio un figlio piuttosto che l’altro, senso di colpa perchè investo risorse in qualcosa che non sia: la casa, la macchina, il dentista, il “non si può sapere mai”.
 
Faccio una scelta, stacco i biglietto e seguo il sogno… e questo è il “coraggioso”.
 
Per arrivare al  “folle” ci vuole qualche mese, magari qualche ora prima della partenza e qui bisogna dare onore al merito alle compagnie low cost che se una cosa ci hanno insegnato è sicuramente fare le valige. Un solo bagaglio leggero, solo l’essenziale, via il superfluo.
 
Così se posso comprare fazzoletti e assorbenti a Londra, il “senso di colpa” è solo zavorra e come tale deve restare a casa.
 
Folle, forse,
leggera, sicuramente.
 
Ho vissuto il mio sogno, nel luogo in cui volevo con chi volevo e quello che è stato rimarrà scolpito nei miei e nei suoi ricordi.
 
Siamo rientrate e siamo più pesanti, non solo per le cene consumate a letto con cibo spazzatura che, con buona pace di pediatri e nutrizionisti, sono parte di quel ricordo che abbiamo costruito insieme. Siamo piene di sorrisi e risate, di dialoghi surreali, di “se tengo le cose in mano le perdo” e “ allora ti abbraccio così sarò io a non perderti”, di “ti voglio bene” scritto su una lavagnetta da Harrod’s seguito da “e pure al mio papà”, di ore trascorse sul  bus perchè “con la metro non si vede nulla”. Di “e poi che facciamo?” che mi ha restituito un po’ di quella bambina a cui dovevo elencare le azioni giornaliere per spiegare il tempo. Di poche foto, perchè vivere il momento è più bello che provare a fermarlo con uno scatto. Di telefonate e messaggi da casa, piene di affetto e dolcezze che ti ricordano che non sei solo un’agenda  che ricorda a tutti quando fare, cosa fare e come fare.
 
Il volo è atterrato, scatta l’applauso e già mi viene voglia di tornare indietro, guardo la mia compagna di viaggio e le chiedo “ma tu non saresti voluta restare lì, magari ancora un po’? ” e dalla saggezza di dodici anni risponde “ci ho riflettuto… qui a casa  lo so già com’è, in parte è sempre tutto uguale, Londra invece ti sorprende sempre, è una emozione in ogni angolo, ma io penso che ancora ho bisogno che sia tutto uguale, magari ancora per un po’.” (Stresserentola)

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