A Palazzolo Acreide la festa di San Sebastiano diventa il riscatto di una comunità
05 Agosto 2026, 11:52
Riceviamo e volentieri pubblichiamo lo scritto del giornalista Salvo Guglielmino come nostro omaggio alla comunita di Palazzolo Acreide dopo il devastante assalto della banda che ha colpito una storica impresa familiare e il cuore del sito UNESCO.
C’è un momento in cui una comunità comprende che non basta ricostruire muri, cancelli o attività commerciali. Bisogna ricostruire anche l’anima. È ciò che sta vivendo Palazzolo Acreide dopo la notte tra il 21 e il 22 luglio, quando una banda di criminali armati di un escavatore ha devastato la sede della storica impresa della famiglia Raciti, distruggendo anni di lavoro e danneggiando gravemente anche un edificio del centro storico, nel cuore del sito UNESCO del Val di Noto.
Non è stato soltanto un colpo contro un’azienda. È stato un attacco alla cultura del lavoro, alla bellezza, alla memoria collettiva di uno dei borghi più preziosi della Sicilia.
Eppure, chi conosce Palazzolo Acreide sa che questo paese possiede una straordinaria capacità di reagire. Lo farà ancora una volta il prossimo 10 agosto, quando migliaia di persone si ritroveranno davanti alla Basilica di San Sebastiano. Quest’anno quella festa avrà inevitabilmente un significato diverso. Non soltanto religioso. Sarà la dimostrazione che una comunità può essere ferita, ma non piegata.
Lo scriveva il grande antropologo Antonino Uccello: c’è un momento in cui l’estate siciliana «si spegne del suo sempre più raro verde frumento per riaccendersi dell’oro delle ristoppie». È proprio in questi giorni che Palazzolo Acreide, cittadina di origine greca, gioiello del Barocco e patrimonio mondiale dell’UNESCO, celebra una delle più straordinarie manifestazioni di fede popolare dell’isola.

Da oltre tre secoli la devozione a San Sebastiano non è soltanto una festa religiosa. È il racconto di una comunità che si riconosce nella propria storia. Un popolo che ha costruito nei secoli il proprio equilibrio attorno ai due grandi martiri, San Paolo e San Sebastiano, simboli di quella storica divisione sociale descritta da Giuseppe Fava: la valle dei contadini e dei proprietari terrieri, la collina degli artigiani, dei commercianti e dei professionisti.
Oggi quella contrapposizione appartiene ormai alla memoria. Rimane invece una competizione fatta di appartenenza, tradizione e orgoglio, capace di richiamare ogni anno migliaia di pellegrini e visitatori.
Il momento più emozionante arriva alle tredici del 10 agosto, quando il fercolo di San Sebastiano esce dalla Basilica nella tradizionale “Sciuta”. I mortaretti fanno tremare Piazza del Popolo, il cielo si riempie degli nzareddi, i nastri colorati che avvolgono la facciata della chiesa, mentre centinaia di portatori trascinano il simulacro tra la folla in un’esplosione di fede e commozione.
Poi si rinnova uno dei riti più suggestivi della religiosità popolare siciliana: i bambini vengono sollevati fino a sfiorare il Santo come segno di affidamento e di speranza; le madri e le nonne seguono il fercolo scalze, sciogliendo voti e preghiere; le bande accompagnano la processione mentre tutto il paese diventa una sola famiglia.
C’è un particolare che racconta meglio di ogni altro cosa significhi questa festa. Non vive grazie ai finanziamenti pubblici. Vive grazie ai cittadini. Ogni luminaria, ogni banda musicale, ogni fuoco d’artificio nasce dalle offerte della popolazione. È una grande sottoscrizione popolare che continua da generazioni e che rappresenta una delle forme più autentiche di partecipazione civile.
Ed è forse proprio questo il messaggio più importante dopo la violenza di luglio.

I criminali hanno cercato di colpire il lavoro, il patrimonio artistico e il senso stesso di appartenenza di una comunità. Ma Palazzolo Acreide risponde nel modo che conosce da oltre trecento anni: ritrovandosi insieme.
Perché dietro il fragore dei mortaretti, il volo degli nzareddi e la corsa dei portatori non c’è soltanto una festa patronale. C’è un popolo che continua a credere nella forza del lavoro, nella solidarietà e nella propria storia.
In tempi in cui la cronaca racconta troppo spesso di violenza e sopraffazione, Palazzolo Acreide dimostra che l’identità di una comunità non può essere demolita con un escavatore. Si può ferire un edificio, si può devastare un’impresa, ma non si può abbattere il patrimonio più prezioso: quello di una comunità unita che continua a riconoscersi nei propri simboli, nella propria fede e nella dignità del lavoro.
È questa, oggi, la lezione più bella che arriva dal cuore degli Iblei.